Missione in Grecia

La Grecia è da diversi anni uno dei paesi maggiormente interessati al fenomeno dei flussi migratori; malgrado una parziale diminuzione degli ingressi nel corso del 2016 in seguito al famigerato accordo UE-Turchia, il numero è nuovamente aumentato e alla fine del 2019 si conteggiavano quasi 200’000 persone sparse tra le varie isole e l’entroterra ellenico. 

Quello che nel corso degli anni si è potuto constatare è la precaria condizione di coloro che vivono nei campi per rifugiati e nei centri di accoglienza governativi, così come le strutture che li ospitano: infatti, sono manchevoli di numerosi servizi indispensabili a un’igiene di vita dignitoso oltre che essere sovente situati a decine di chilometri dai centri abitati. Il diffondersi inarrestabile della pandemia Covid-19 non ha fatto che rendere drammatica una realtà già di per sé molto complicata: molti campi profughi sono stati posti in una condizione di “lockdown” permanente, rendendo questi posti più simili a dei centri di detenzione che a un luogo che dovrebbe essere di passaggio. Una delle conseguenze di questo trattamento è il sovraffollamento di diversi di questi campi e il devastante incendio nel campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo (settembre 2020) non è che l’esempio più manifesto di una gestione governativa al limite del controllabile.


La missione in Grecia nata dalla proficua collaborazione con due associazioni italiane, One Bridge to Idomeni di Verona (OBTI) e Vasilika Moon, con sede a Brescia. La collaborazione nasce dalla volontà di unire le proprie risorse e competenze, in maniera tale da poter offrire un sostegno e un accompagnamento alle persone costrette a (soprav-)vivere all’interno dei campi per rifugiati.


Nella città di Corinto, a metà strada tra Atene e Patrasso, nel settembre 2019, è stato aperto un centro governativo di transito che ospita poco più di settecento richiedenti l’asilo che, trasferiti dalle isole o recentemente arrivati in Grecia attraverso la Turchia, sono in attesa di risposte e ricollocazione da parte delle autorità. Questa condizione di permanenza transitoria, combinata alle problematiche legate alla recente apertura della struttura di accoglienza, ha portato ad una mancanza del soddisfacimento dei bisogni del singolo, indipendentemente dall’età, dal genere e dalla condizione di salute: non vi sono attività educative e ricreative, mancano spazi dedicati a momenti ludico-espressivi e luoghi riparati dove poter trascorrere il tempo lontano da un’incertezza che attanaglia il quotidiano di ognuno. 

Nato principalmente con lo scopo di rappresentare un luogo di transito per le persone che provenivano dai campi presenti sulle isole greche e da quelli sovrappopolati, il campo di Corinto ospita 733 persone, di cui 252 bambini, 188 donne e 293 uomini (settembre 2020, dati estrapolati dai report mensili di International Organization for Migration). Le persone vivono all’interno di grandi tendoni, suddivisi da pareti di cartongesso che ne delimitano gli spazi. È situato nel centro della città, ma grandi muri ricoperti di filo spinato lo dividono dall’esterno.

Il campo é sprovvisto di qualsiasi spazio dove poter organizzare attività, così come di luoghi sia interni che esterni dove poter socializzare e intrattenere i bambini, fatta eccezione per un piccolo e fatiscente parco giochi e una precaria struttura di cemento, eretta in passato quando lo spazio era una caserma militare. Non vi sono alberi, e le spesse pareti di plastica dei tendoni non proteggono dalle altissime temperature dell’estate greca e nemmeno dal gelido inverno.

Accanto al campo si trova il centro di detenzione per rifugiati: lo spazio è delimitato da alti muri e cancelli chiusi, che non ne permettono l’accesso. Vi è poca chiarezza dell’effettivo numero di persone detenute al suo interno, così come delle cause che portano alla loro reclusione.


Alla luce di tali bisogni, a luglio 2020 si è deciso di aprire il “Community School”, che oggi è a tutti gli effetti una scuola situata nei pressi del campo, proponendo di offrire una parziale soluzione alle necessità del contesto sopracitato. Grazie al lavoro dei volontari che partecipano e operano in questo progetto vengono garantite attività didattiche, laboratori artistici, proiezioni di video e film e percorsi terapeutici. Una scuola in cui è possibile trovare un luogo accogliente e sicuro dove poter stare.Ad inizio 2021, nonostante le difficoltà imposte dal lockdown in Grecia, un importante progetto è stato inaugurato a Corinto: il “Community Center”. Si tratta di un nuovo spazio, vicino un centinaio di metri al Community School, che ha l’obiettivo di cercare di fare quello il cui stesso nome che gli è stato affidato suggerisce: “Cheriapsies”, in greco “χειραψίες”, letteralmente “strette di mano”. Questo secondo spazio comunitario vuole essere di supporto al primo, ma soprattutto intende proporre un luogo di aggregazione e di scambio interculturale dedicato alla comunità. Si tratta dunque di un punto d’incontro tra cittadini greci e persone rifugiate offrendo loro uno spazio di convivialità. Questo luogo polivalente offre la possibilità di avere assistenza medico-sanitaria di primo soccorso, distribuzione di materiali di prima necessità, noleggio gratuito di biciclette, un internet point, un free bar, uno spazio mostra di libera espressione. Inoltre, vi è il free shop che consiste in un negozio gratuito che si propone di garantire spazi di libertà di scelta, che in questo caso vengono rappresentati dalla possibilità di fare una spesa secondo le proprie priorità e gusti. Infatti, le distribuzioni di generi alimentari e prodotti igienici (provenienti dal magazzino) per gli ospiti del campo avvengono tramite un sistema a punti che permette di scegliere cosa ritirare presso lo shop. Tutti sono benvenuti in un luogo che si prefigge di non avere barriere e che vuole permettere una maggiore integrazione, uno scambio culturale e l’intreccio di nuove relazioni.


Oltre a questi importanti progetti attivi tutto l’anno, le tre associazioni si vedono impegnate nel fronteggiare le condizioni emergenziali in cui si trovano le persone escluse dal sistema di accoglienza e quindi riversate nelle strade di Atene. In quanto attori territoriali non si può ignorare come le decisioni governative e le politiche sempre più escludenti siano un costante fattore di pericolo per le vite di moltissime persone: per questo motivo, in situazioni di emergenza, ci si impegna a garantire una distribuzione di prodotti alimentari e igienici cercando di rispondere al fabbisogno delle numerose famiglie che non hanno alcuna speranza migliore della mera sopravvivenza.


Le famiglie e i singoli che transitano in Grecia provengono da Siria, Afghanistan, Iran, Iraq, Turchia, Palestina, dal non riconosciuto Kurdistan e da diverse nazioni che compongono l’Africa subsahariana.
Fuggono da guerre, persecuzioni, minacce, epidemie, carestie e sono in cerca di un rifugio o di un luogo sicuro dove poter pensare a ricostruire un’intera esistenza. All’interno del campo profughi, si trova anche una discreta percentuale di popolazione proveniente da paesi africani, segnale chiaro di come la rotta balcanica rappresenti un passaggio sempre più utilizzato verso i Paesi che vogliono raggiungere, evitando l’inferno dei lager libici, dove le persone vengono trattenute in stato di detenzione e sono costantemente vittime di abusi. 


Aletheia RCS opera con persone che vivono nei campi governativi e grazie alla co-costruzione della missione con Vasilika Moon e OBTI, a oggi si conta la partecipazione di più di 700 volontari internazionali che negli ultimi tre anni hanno supportato il progetto apportando competenze specifiche e permettendo di strutturare programmi presenti e futuri.